In buona parte della narrativa contemporanea femminile il cibo è legato alla sensualità, a ricordi che rimandano ad amori interrotti, sospesi o conclusi per sempre.
Spezie, piante aromatiche, pietanze afrodisiache (o presunte tali), preziose ricette, tramandate nel tempo da madre in figlia sono sempre più una costante con cui amano confrontarsi alcune scrittrici (si pensi a Chocolat, Cinque quarti d’arancia, Vino, patate e mele rosse di Joanne Harris; ad Afrodita ed Eva Luna di Isabel Allende o ancora a La scuola degli ingredienti segreti di Erica Bauermeister).
Che si tratti dell’affascinante quanto complessa società del Sud America, delle antiche e confortanti realtà del Vecchio Continente o della giovane e glamour società statunitense, il cibo scritto, descritto, immaginato, raccontato dalle donne è femmina nel senso più pieno e rassicurante del termine.
Lo stesso tema, al maschile, è affrontato anche da altre prospettive, sebbene esistano, come ovvio, eccezioni alla regola di cui La bottega del cioccolato di Philip Schogt o Gli ingredienti segreti dell’amore di Nicolas Barreau sono solo due degli esempi più recenti.
Nel romanzo breve Nessuno scrive al colonnello, (Mondadori, 1998) una delle prove magistrali del premio Nobel per la letteratura Gabriel García Máriquez, il cibo che non c’è diventa simbolo di una fame primitiva e di una solitudine tipicamente latinoamericane.
Un vecchio colonnello attende da quindici anni che gli venga riconosciuta dallo Stato la pensione per aver partecipato alla guerra civile. Puntuale e fiducioso, ogni venerdì, egli si reca alla posta, sperando sia la volta buona ma l’impiegato spegne laconicamente ogni sua speranza con la solita risposta: “Nessuno scrive al colonnello”.
Il cibo come chimera e la fame da esorcizzare sono una costante del racconto fin dal principio.
“Il colonnello aprì il barattolo del caffè e si accorse ch ne era rimasto appena un cucchiaino. Tolse il pentolino dal focolare, rovesciò metà dell’acqua sul pavimento di terra battuta, e con un coltello raschiò l’interno del barattolo sul pentolino finché si distaccarono gli ultimi rimasugli di polvere di caffè mista a ruggine di latta (…). Sua moglie alzò la zanzariera quando lo vide entrare nella stanza col caffè (…).
“E tu”, disse.
“L’ho già preso”, mentì il colonnello.
Il diverso atteggiamento di moglie e marito nell’affrontare la situazione è evidente lungo tutto il racconto.
Nonostante la povertà e la speranza ogni giorno negata, il colonnello non perde l’ottimismo: “La vita è la cosa migliore che sia stata inventata”, ripete.
La moglie, al contrario, ammalata e avvilita esige concretezza: “Gli uomini non si rendono conto dei problemi della casa. Parecchie volte ho messo a cuocere i sassi per far sì che i vicini non sappiano che da molti giorni non abbiamo niente da mettere in pentola”.
Così, un giorno la donna invita il marito a vendere il gallo, il solo ricordo rimasto del loro unico figlio ucciso dalla polizia.
Il gallo, curato da sempre con amore e tanto bello da essere l’invidia di tutto il paese, rappresenta il riscatto. Il colonnello non vorrebbe venderlo, convinto ancora di poter ricavare dei soldi dai combattimenti cui fa partecipare l’animale.
Cosa ne sarà del colonnello e della moglie lascio a voi scoprirlo se non avete letto il libro.
La disputa tra “ragione e sentimento”, per dirla con Jane Austen, rimane comunque aperta e non solo tra le pagine di García Márquez.
Una curiosità:
questo racconto è tratto da una storia vera. Lo scrittore colombiano nelle sue memorie “Vivere per raccontarla”, confessa di essersi ispirato a suo nonno, un vecchio militare rimasto per anni in attesa di una pensione mai ricevuta.
















