Le “Minnuzze di S. Agata”

Il 5 febbraio Catania festeggia la sua patrona, Sant’Agata, morta vergine e martire.
Le celebrazioni in onore della Santa, dichiarate dall’UNESCO patrimonio antropologico dell’umanità, raccolgono devoti e turisti da ogni parte del mondo che, con l’occasione, hanno anche modo di gustare il dolce tipico della festa, le  “minnuzze di Sant’Agata”.
Si tratta di una cassata siciliana, monoporzione, la cui forma ricorda un piccolo seno, quel seno che alla giovane Agata, consacratasi al Signore, venne strappato sotto atroci torture per volere del proconsole Quinziano. Questi, giunto a Catania con l’intenzione di far rinnegare a tutti i cristiani la loro fede, trovò in Agata, di cui si invaghì, una fanciulla decisa a sacrificare anche la vita pur di non cedere ai suoi capricci.
Se dovessi paragonare le donne a un dolce, di certo sceglierei le “Minnuzze”.

Le piccole cassate, infatti, rappresentano appieno la femminilità. Si presentano candide e delicate nella loro glassa di zucchero; così belle e positivamente maliziose con quella ciliegina posta al centro che stuzzica la curiosità di chi si appresta ad assaggiarle per la prima volta. All’interno, la ricca e golosa crema di ricotta, lavorata con lo zucchero, conferma la consistenza di un dolce dal gusto deciso. Tra il bianco della glassa e della ricotta, fa capolino il verde della pasta reale. Le gocce di cioccolato fondente spezzano, infine, il sapore altrimenti troppo dolciastro di questi piccoli capolavori della pasticceria siciliana.
Un dolce “femmina”, generoso, bello, non solo di apparenza ma anche di sostanza,  da mangiare lentamente, a piccole dosi.
Giuseppina Torregrossa, ne Il conto delle minne (Mondadori, 2009), racconta,  in uno stile fresco e godibile, la vita di Nonna Agata e della nipote Agatina, ripercorrendo i sapori e le tradizioni di una Sicilia che è femmina fin dal nome. Per questo, dunque, terra forte, affascinante, fiera e ricca di contraddizioni come ogni donna sa essere a modo suo.

«Agatì, beddruzza mia (…) devi sapere che Sant’Agata, prima di fare miracoli, era una picciuttedda graziosa a tipo te (…). Una mattina, affacciata alla finestra, si azzizzava come al solito i capelli e ci passava l’olio d’oliva (…) Un giorno passò di là il console romano, un certo Quinziano. La ragazza cantava la sua preghiera con una voce accussì dolce che l’anima del governatore si smosse e il cuore cominciò a tuppugliargli nel petto (…). A Quinziano quella signorinella dolce, morbida, di buona famiglia e timorata di Dio ci tolse la pace quel giorno e il sonno della notte (…). Un giorno che il desiderio lo tormentava come a un dolore di pancia dopo il pranzo di Natale, mandò i soldati in chiesa e fece arrestare Agata con la scusa ch l’imperatore di Roma aveva vietato di pregare a nostro Signore (…) Più lei si tirava indietro (…) più a Quinziano si rimescolava l’anima nera in mezzo al petto (…). E si capisce, quel corpicino esile con due minnuzze appena spuntate sai quanto ci piaceva? Promesse, minacce, ricatti, timpulate, niente: la Santuzza era irriducibile (…). Quinziano (…) inferocito per lo smacco subito, ordinò: “Buttatela nella cella più buia e torturatela”. L’amore che aveva provato per Agata era diventato un odio profondo; finisce sempre così quando dici no a un maschio, il rifiuto è peggio delle corna (…) Accecato dalla rabbia, con le vene del collo gonfie, Quinziano sentenziò: “Strappatele le minne”!»
Estratto da Il conto delle minne di Giuseppina Torregrossa.

UN PIZZICO DI STORIA.
La foto ritrae il castello di Aci Castello dove, nel 1126,  i vescovi di Catania ricevettero le reliquie di Sant’Agata, riportate in Patria da Costantinopoli.
Aci Castello, uno dei gioielli della così chiamata “Riviera dei Ciclopi”, si estende da Catania fino ad Acireale. Racchiude un paesaggio di rara bellezza e numerose leggende come quella secondo cui i Faraglioni, che si ergono nel tratto di mare antistante, siano stati lanciati dal Ciclope Polifemo contro Ulisse. Citato già da Omero, Aci Castello è anche il luogo in cui Giovanni Verga ha ambientato “I Malavoglia” e altre novelle (“Le storie del Castello di Trezza” è una di queste).
Aci Castello è, da sempre, uno dei punti di ritrovo più alla moda della “dolce movida” catanese che non conosce sosta, nemmeno in questo inverno così rigido altrove e qui, invece, accarezzato dal sole.
Queste, però, sono altre storie (e altre ricette) di cui, magari, scriverò più avanti.

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